racconti europei di fate e d'acqua
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Fata Acqua

la palude era grande e bellissima in uno di questi villaggi viveva una giovane donnaIn un tempo molto lontano, alla foce del grande fiume Po che già da allora attraversava la Pianura Padana, c’era un’immensa palude che arrivava ad occupare gran parte di quella che adesso è diventata pianura.
La palude era grande e bellissima. L’acqua era chiara là dove spuntavano a migliaia le canne sottili dei giunchi. Più scura era invece l’acqua dove affioravano i grandi fiori di loto con gli enormi petali bianco-rosati posati sull’acqua.
Si diceva che i fiori di loto proteggessero i regni delle fate delle acque, che si nascondevano proprio sotto le grandi corolle, ma a nessun essere vivente era dato vederli.
Gli uomini che vivevano nei villaggi attorno alla grande palude sapevano tutto questo e vi si avventuravano con prudenza e rispetto. Cacciavano i pesci e gli uccelli della palude: con le canne costruivano le loro abitazioni e le barche mentre con gli splendidi boccioli dei fiori di loto le donne si adornavano i capelli.
In uno di questi villaggi viveva una giovane donna, con un bambino nato da poco. A Raia, questo era il suo nome, era morto il marito. Con lei viveva il fratello, un poco più giovane.
Adus, invece dell’aspetto del povero pescatore che era, sembrava un fiero guerriero barbaro.
Il giovane amava andarsene per la palude, nonostante conoscesse i numerosi rischi. Con la sua barchetta leggera scivolava fra i giunchi, infilandosi proprio là dove erano più folti, perché aveva sentito raccontare dai vecchi che talvolta, nei ciuffi più folti, si apriva una porta che conduceva ai regni delle fate.
Ma … niente! Non succedeva mai niente...

il mondo delle fate si spalancò davanti agli occhi del ragazzo scelse dunque il forziereInfine, un giorno in cui sembrava che il pomeriggio si fosse allungato all’infinito e la notte non giungesse mai, successe qualcosa di eccezionale.
Al giovane bruciavano gli occhi per il luccichio del sole e non riusciva più a distinguere la direzione che aveva preso, né riusciva a comprendere dove fosse finito.
Tutto taceva, tutto era silenzio e nemmeno la barca faceva rumore mentre scivolava verso un gruppo di canne più folto degli altri. Era come se la direzione fosse decisa e inevitabile.
Il mondo delle fate si spalancò davanti agli occhi del ragazzo, all’improvviso.
Egli comprese subito che il luogo dove si trovava era fatato: tutto era meraviglioso, insolito, strano!
Si portò al centro di quel luogo misterioso. Sorpresa !
Dalle acque affiorava un forziere colmo di monete d’oro. Accanto dormiva la più bella fanciulla che avesse mai visto.
Le fate, accorse in gran numero leggere come farfalle, si raccolsero intorno al giovane con le lucide ali dorate scosse da un fremito leggero e lo invitarono a scegliere uno dei due doni.
Il forziere lo avrebbe reso ricco ma con la bellissima giovinetta avrebbe avuto una lunga vita felice.
Adus esitò, ma solo per poco; pensò alla sorella, alla povera vita che lei viveva, al bimbo nato da poco e che già conosceva il dolore… Scelse dunque il forziere e lasciò senza rimpianti quel mondo incantato.
Da quel giorno la vita della famigliola cambiò, poichè le monete del forziere sembravano non finire mai. Per ognuna che se ne toglieva, un’altra misteriosamente compariva al suo posto. Raia era finalmente tranquilla, felice ed il suo bel bambino cresceva forte e sano.
Le fate, però, non dimenticarono di punire la scelta priva d’amore del giovane che le aveva trovate nella grande palude. Così, a mano a mano che il tempo passava, il giovane si interessava sempre meno all’accumularsi della ricchezza.

la barchetta era impigliata in un ciuffo di giunchi

Il suo unico pensiero era l’immagine della bellissima fanciulla che non aveva svegliato per portare con sé.
Questo pensiero non lo abbandonò più.
Passava i suoi giorni scivolando sull’acqua con la sua barchetta, sempre alla ricerca della caverna fatata, sempre sperando che al prossimo ciuffo di giunchi, al prossimo colpo di remo, si riaprisse la porta che lo avrebbe condotto dalla bella fanciulla. Finì per non tornare neanche più a casa a dormire, si dimenticò di mangiare e di bere, e infine morì.
Lo ritrovarono qualche giorno più tardi.
La barchetta era impigliata in un ciuffo di giunchi più folto degli altri e sulle labbra aveva un misterioso sorriso. La sorella comprese di essere stata la causa della scelta che aveva portato il fratello alla morte. Volle dare al bambino il nome di “Giunchi”, in ricordo della storia che era all’origine della fortuna della famiglia.
La grande palude è ormai quasi sparita, col passare dei millenni.
Però una quindicina di chilometri prima di confluire nel Po, il fiume Mincio forma la distesa lacustre che abbraccia da tre lati la città di Mantova, e lì si possono trovare ancora ciuffi di giunchi che tremolano al vento e, verso il finire d’agosto, i fiori di loto che aprono a migliaia le grandi corolle bianco-rosate. Qualche barchetta si avvicina cauta scivolando sull’acqua quieta. Nessuno osa addentrarsi fra la grande distesa dei fiori sospesi sull’acqua più scura, anche se i rematori sorridono alle domande indiscrete dei turisti curiosi, se sia vero che là sotto hanno trovato l’ultimo rifugio i regni delle fate d’acqua.

 

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