
Julca/Giulia è Julca Schucht, la moglie di Gramsci, di nazionalità russa, conosciuta nel 1922.
Tatiana/Tania è Tatiana Schucht (1888-1943), sorella maggiore di Julca, segue Gramsci negli anni del carcere e del confino.
La madre è Giuseppina Marcias (1861-1932).
Piero Sraffa (1898 - 1983) è un celebre economista italiano: torinese, insegna economia politica a Cagliari fino al 1927, quando si trasferisce all’università di Cambridge, in Inghilterra.
Indice
1926 | 1927 | 1928 | 1930 | 1931 | 1932 | 1933 | 1936 |
Roma, 20 novembre 1926
Mia carissima Julca,
ricordi una della tue ultime lettere? (era almeno l'ultima lettera che io ho ricevuto e letto). Mi scrivevi che noi due siamo ancora abbastanza giovani per poter sperare di vedere insieme crescere i nostri bambini. Occorre che tu ora ricordi fortemente questo, che tu ci pensi fortemente ogni volta che pensi a me e mi associ ai bambini. Io sono sicuro che tu sarai forte e coraggiosa, come sempre sei stata. Dovrai esserlo ancora di più che nel passato, perché i bambini crescano bene e siano in tutto degni di te. Ho pensato molto, molto, in questi giorni. Ho cercato di immaginare come si svolgerà tutta la vostra vita avvenire, perché rimarrò certamente a lungo senza vostre notizie; e ho ripensato al passato, traendone ragione di forza e di fiducia infinita. Io sono e sarò forte; ti voglio tanto bene e voglio rivedere e vedere i nostri piccoli bambini. Mi preoccupa un po' la questione materiale: potrà il tuo lavoro bastare a tutto? Penso che non sarebbe né meno degno di noi né troppo, domandare un po' di aiuti. Vorrei convincerti di ciò, perché tu mi dia retta e ti rivolga ai miei amici. Sarei più tranquillo e più forte, sapendoti al riparo da ogni brutta evenienza. Le mie responsabilità di genitore serio mi tormentano ancora, come vedi. Carissima mia, non vorrei in modo alcuno turbarti: sono un po' stanco, perché dormo pochissimo, e non riesco perciò a scrivere tutto ciò che vorrei e come vorrei. Voglio farti sentire forte forte tutto il mio amore e la mia fiducia. Abbraccia tutti di casa tua; ti stringo con la più grande tenerezza insieme coi bambini.
Antonio
Ustica, 19 dicembre 1926
Carissima Tania,
arrestato l'8 sera alle 10 e mezzo e condotto immediatamente in carcere, sono partito da Roma il mattino prestissimo del 25 novembre. La permanenza a Regina Coelì è stato il periodo brutto della detenzione: 16 giorni di isolamento assoluto in cella, disciplina rigorosissima. Ho potuto avere la camera a pagamento solo negli ultimi giorni. I primi tre giorni li ho trascorsi in una cella abbastanza luminosa di giorno e illuminata di notte; il letto era però molto sudicio, le lenzuola erano già adoperate; formicolavano gli insetti più diversi; non mi è stato possibile avere qualcosa da leggere, neanche la «Gazzetta dello Sport», perché non ancora prenotata: ho mangiato la minestra del carcere che era abbastanza buona. Sono quindi passato a una nuova cella, più oscura di giorno e senza illuminazione la notte, ma che è stata disinfettata con la fiamma di benzina e il cui letto aveva biancheria di bucato. Ho incominciato a comprare qualcosa dal bettolino del carcere: le steariche per la notte, il latte per il mattino, una minestra con brodo di carne e un pezzo di lesso, formaggio, vino, mele, sigarette, giornali e riviste illustrate. Sono passato dalla cella comune alla camera a pagamento senza preavviso, cosa per cui rimasi un giorno senza mangiare, dato che il carcere passa il vitto solo agli abitatori delle celle comuni, mentre quelli delle camere a pagamento devono "vittarsi" (termine carcerario) del proprio. La camera a pagamento consistette per me nel fatto che aggiunsero un materasso di lana e un cuscino idem al saccone di crine, e che la cella fu arredata di un lavabo con catinella e boccale e di una sedia. Avrei dovuto avere anche un tavolino, un reggipanni e un armadietto ma l'amministrazione mancava di "casermaggio" (altro termine carcerario): ebbi anche la luce elettrica ma senza interruttore, sicché tutta la notte mi rigiravo per proteggere gli occhi dalla luce. La vita trascorreva così: alle 7 del mattino sveglia e pulizia della camera; verso le 9 il latte, che poi divenne caffè e latte quando incominciai a ricevere il vitto dalla trattoria. Il caffè giungeva di solito ancora tiepido, il latte invece era sempre freddo, ma io facevo allora una abbondantissima zuppa. Dalle nove a mezzogiorno capitava l'ora del passeggio: un'ora o dalle nove alle dieci, o dalle dieci alle undici, o dalle undici alle dodici; ci facevano uscire isolati, con la proibizione di parlare e di salutare chiunque, e si andava in un cortile diviso a raggi con muri divisori altissimi e con una cancellata sul resto del cortile. Eravamo sorvegliati da una guardia issata su un terrazzino, dominante la raggera e da una seconda guardia che passeggiava dinanzi ai cancelli; il cortile era incassato tra muri altissimi e da una parte era dominato dalla bassa ciminiera di una piccola officina interna; talvolta l'aria era fumo, una volta dovemmo rimanere circa mezz’ora sotto uno scroscio di pioggia. A mezzogiorno circa arrivava il pranzo; la minestra era spesso tiepida ancora, il resto era sempre freddo. Alle 3 c'era la visita alla cella col collaudo delle sbarre dell'inferriata; la visita si ripeteva alle dieci di sera e alle tre del mattino. Io dormivo un po' tra queste due ultime visite: una volta svegliato dalla visita delle tre non riuscivo ad addormentarmi; era però obbligatorio stare a letto dalle 7 e mezzo di sera fino all'alba. Lo svago era dato dalla voci diverse e dai brani di conversazione che talvolta si riusciva a cogliere dalle celle vicine o prospicienti. Io non incorsi mai in nessuna punizione: Maffi invece ebbe tre giorni di pane e acqua in una cella di punizione. In verità non sentii mai nessun malessere: quantunque non abbia mai consumato tutto il pasto, tuttavia mangiai sempre con appetito superiore a quello della trattoria. Avevo solo un cucchiaio di legno; né forchetta, né bicchiere. Un boccale e un boccaletto di terraglia per l'acqua e per il vino; una grossa scodella di terraglia per la minestra e un'altra per catino, prima della concessione della camera a pagamento. Il 19 novembre mi fu comunicata l'ordinanza che mi infliggeva 5 anni di confino in colonia, senza altra spiegazione. I giorni successivi mi giunse la voce che sarei partito per la Somalia. Seppi che avrei scontato il confino in un'isola italiana solo la sera del 24, indirettamente: la destinazione esatta mi fu comunicata ufficialmente solo a Palermo; potevo andare a Ustica ma anche a Favignana, a Pantelleria o a Lampedusa; erano escluse le Tremiti perché altrimenti avrei viaggiato da Caserta a Foggia.
[...]
2 gennaio 1927
Carissimo [ Sraffa],
la vita scorre senza novità e sorprese; unica preoccupazione è l'arrivo del vaporetto che non sempre riesce a fare le quattro corse settimanali (lunedì, mercoledì, venerdì, sabato) con grande dispiacere di ognuno di noi che aspetta sempre con ansia la corrispondenza. Siamo già una sessantina, dei quali 36 amici di località diverse; predominano relativamente i romani. Abbiamo già iniziato una scuola, divisa in vari corsi: 1° corso (prima e seconda elementare), 2° corso ( terza elementare), 3° corso ( quarta e quinta elementare), corso complementare, due corsi di francese (inferiore e superiore), un corso di tedesco. I corsi sono stabiliti in relazione alla coltura nelle materie che possono ridursi ad un certo corredo di nozioni esattamente determinabili (grammatica e matematica), perciò gli allievi dei corsi elementari frequentano le lezioni di storia e geografia del corso complementare, per esempio. Insomma, abbiamo cercato di contemperare la necessità di un ordine scolastico graduale col fatto che gli allievi, anche se talvolta semianalfabeti, sono intellettualmente sviluppati. I corsi sono seguiti con grande diligenza e attenzione. Con la scuola, che è frequentata anche da alcuni funzionari e abitanti dell'isola, abbiamo evitato i pericoli di demoralizzazione che sono grandissimi.
Milano, 12 febbraio 1927
Carissime [ Tania e Giulia],
vi voglio dare un'impressione d'insieme della traduzione. Immaginate che da Palermo a Milano si snodi un immenso verme, che si compone e si decompone continuamente, lasciando in ogni carcere una parte dei suoi anelli, ricostituendone dei nuovi, vibrando a destra e a sinistra delle formazioni e incorporandosi le estrazioni di ritorno. Questo verme ha dei covili, in ogni carcere, che si chiamano transiti, dove si rimane dai 2 agli 8 giorni, e che accumulano, raggrumandole, la sozzurra e la miseria delle generazioni. Si arriva, stanchi, sporchi, coi polsi addolorati per le lunghe ore di ferri, con la barba lunga, coi capelli in disordine, con gli occhi infossati e luccicanti per l'esaltazione della volontà e per l'insonnia; ci si butta per terra su pagliericci che hanno chissà quale vetustà, vestiti, per non aver contatti col sudiciume, avvolgendosi la faccia e le mani nei propri asciugamani, coprendosi con coperte insufficienti tanto per non gelare. Si riparte ancora più sporchi e stanchi, fino al nuovo transito, coi polsi ancora più lividi per il freddo dei ferri e il peso delle catene e per la fatica di trasportare, cosi agghindati, i propri bagagli: ma, pazienza, ora tutto è passato e mi sono già riposato.
Sto qui, in una cella buona, riscaldata dal sole, coperto da un maglione che ho acquistato subito e finalmente ho cacciato il freddo dalle mie vecchie ossa.
[...]
19 febbraio 1927
Carissima Tania,
ti immagino seria e tetra, senza un sorriso neanche fuggevole. Vorrei farti rallegrare in qualche modo. Ti racconterò delle storielle; che te ne pare? Ti voglio, per esempio, come intermezzo alla descrizione del mio viaggio in questo mondo così grande e terribile, dire qualcosa intorno a me stesso e alla mia fama, di molto divertente. Io non sono conosciuto all'infuori di una cerchia abbastanza ristretta; il mio nome è storpiato perciò in tutti i modi più inverosimili: Gramasci, Granusci, Gramisci, Granisci, Gramàsci, fino a Garàmascon, con tutti gli intermedi più bizzarri. A Palermo, durante una certa attesa per il controllo dei bagagli, incontrai in un deposito un gruppo di operai torinesi diretti al confino; insieme a loro era un formidabile tipo di anarchico ultra individualista, noto coll'indicazione di «Unico» che rifiuta di confidare a chiunque, ma specialmente alla polizia e alle autorìtà in generale, le sue generalità: «sono l’Unico e basta», ecco la sua risposta. Nella folla che attendeva, l'Unico riconobbe tra i criminali comuni (mafiosi) un altro tipo, siciliano (l'Unico deve essere napoletano o giù di lì) arrestato per motivi compositi, tra il politico e il comune, e si passò alle presentazioni. Mi presentò: l'altro mi guardò a lungo, poi domandò: «Gramsci, Antonio?» Sì, Antonio, risposi. «Non può essere, replicò, perché Antonio Gramsci deve essere un gigante e non un uomo così piccolo». Non disse più nulla, si ritirò in un angolo, si sedette su uno strumento innominabile e stette, come Mario sulle rovine di Cartagine, a meditare sulle proprie illusioni perdute. Evitò accuratamente di parlare ancora con me durante il tempo in cui restammo ancora nello stesso camerone e non mi salutò quando ci separarono.
Un altro episodio simile mi successe più tardi, ma, credo, ancor più interessante e complesso. Stavamo per partire; i carabinieri di scorta ci avevano già messo i ferri e le catene; ero stato legato in un modo nuovo e spiacevolissimo, poiché i ferri mi tenevano i polsi rigidamente, essendo l'osso del polso fuori del ferro e battendo contro il ferro stesso in modo doloroso. Entrò il capo scorta, un brigadiere gigantesco, che nel fare l'appello si fermò al mio nome e mi domandò se ero parente del «famoso deputato Gramsci.». Risposi che ero io stesso quell'uomo e mi osservò con sguardo compassìonevole e mormorando qualcosa di incomprensibile. A tutte le fermate lo sentii che parlava di me, sempre qualificandomi come il «famoso deputato», nei crocchi che si formavano intorno al cellulare (devo aggiungere che mi aveva fatto mettere i ferri in modo più sopportabile), tanto che, dato il vento che spira, pensavo che, oltre a tutto, potevo avere anche qualche bastonata da qualche esaltato. [...] A un certo punto cominciò a chiamarmi «maestro». Mi sono divertito un mondo, come puoi immaginare. E così ho fatto l'esperienza della mia «fama». Che te ne pare?
11 aprile 1927
Carissima Tania,
[...]
lo scrivere mi è anche diventato un tormento fisico, perché mi danno degli orribili pennini, che grattano la carta e domandano un'attenzione ossessionante alla parte meccanica dello scrivere. Credevo di poter ottenere l'uso permanente della penna e mi ero proposto di scrivere i lavori ai quali ti ho accennato; non ho però ottenuto il permesso e mi dispiace insistere. Perciò scrivo solo nelle due ore e ½ o tre ore in cui si sbriga la corrispondenza settimanale (2 lettere); naturalmente non posso prendere appunti, cioè in realtà non posso studiare ordinatamente e con profitto. Leggicchio. Tuttavia il tempo passa molto rapidamente, più di quanto pensassi.
[...]
8 agosto 1927
Carissima Tania,
vorrei fare qualcosa per farti sorridere almeno. Ti racconterà la storia dei miei passerotti. Devi dunque sapere che ho un passerotto e che ne ho avuto un altro che è morto, credo avvelenato da qualche insetto (una blatta o un millepiedi). Il primo passerotto era molto più simpatico dell'attuale. Era molto fiero e di una grande vivacità. L'attuale è modestissimo, di animo servile e senza iniziativa. Il primo divenne subito padrone della cella. Credo che avesse uno spirito eminentemente goethiano, come ho letto in una biografia a proposito dell'uomo biografato. Ueber allen Gipfeln [ Sopra ogni vetta]. Conquistava tutte le cime esistenti nella cella e quindi si assideva per qualche minuto ad assaporarne la sublime pace. Salire sul tappo di una bottiglietta di tamarindo era il suo perpetuo assillo; e perciò una volta cadde in un recipiente pieno dei rifiuti della caffettiera e fu lì lì per affogare. Ciò che mi piaceva in questo passero è che non voleva essere toccato. Si rivoltava ferocemente, con le ali spiegate e beccava la mano con grande energia. Si era addomesticato, ma senza permettere troppe confidenze. Il curioso è che la sua relativa famigliarità non fu graduale, ma improvvisa. Si muoveva per la cella, ma sempre nell'estremo opposto a me. Per attirarlo gli offrivo una mosca in una scatoletta di fiammiferi; non la prendeva se non quando io ero lontano. Una volta invece di una, nella scatoletta erano cinque o sei mosche; prima di mangiarle danzò freneticamente intorno per qualche secondo; la danza fu ripetuta sempre per le mosche numerose. Un mattino, rientrando dal passeggio, mi trovai il passero vicinissimo; non si staccò più, nel senso che da allora mi stava sempre vicino, guardandomi attentamente e venendo ogni tanto a beccarmi le scarpe per farsi dare qualcosa. Ma non si lasciò mai prendere in mano senza rivoltarsi e cercare subito di scappare. È morto lentamente, cioè ha avuto un colpo improvviso, di sera, mentre era accovacciato sotto il tavolino, ha strillato proprio come un bambino, ma è morto solo il giorno dopo: era paralizzato dal lato destro e si trascinava penosamente per mangiare e bere, poi di colpo morì. L'attuale passero invece è di una domesticità nauseante; vuole essere imboccato, quantunque mangi da sé benissimo: viene sulla scarpa e si mette nella piega dei calzoni: se avesse le ali intiere volerebbe sul ginocchio; si vede che vuol farlo perché si allunga, freme, poi va sulla scarpa. Penso che morirà anch'esso, perché ha l'abitudine di mangiare le capocchie bruciate dei fiammiferi, oltre al fatto che il mangiare sempre pane mollo deve procurare a questi uccelli dei disordini mortali. Per adesso è abbastanza sano, ma non è vivace; non corre, sta sempre vicino e si è già involontariamente preso alcune pedate. Ed ecco la storia dei miei passerini.
[...]
21 novembre 1927
Carissima Giulia,
nel cortile, dove con altri due detenuti vado a fare il passeggio regolamentare, è stata tenuta una esposizione di fotografie dei bambini rispettivi. Delio ha avuto un grande successo di ammirazione. Da qualche giorno non sono più isolato, ma sto in una cella comune con un altro detenuto politico, che ha una graziosa e gentile bimbetta, di tre anni, che si chiama Maria Luisa. Secondo un costume sardo, abbiamo deciso che Delio sposerà Maria Luisa appena i due siano giunti all'età matrimoniale; che te ne pare? Naturalmente attendiamo il consenso delle due mamme, per dare al contratto un valore più impegnativo, sebbene ciò costituisca una grave deroga ai costumi e ai principi del mio paese. Immagino che tu sorrida e ciò mi rende felice; non riesco che con grande difficoltà a immaginarti sorridente. Ti abbraccio teneramente, cara.
Antonio
30 aprile 1928
Carissima mamma,
ti spedisco la fotografia di Delio. Il mio processo è fissato per il 28 maggio: questa volta la partenza deve essere prossima. Ad ogni modo vedrò di telegrafarti. La salute è abbastanza buona. Il vicino processo mi fa star meglio, perché almeno uscirò da questa monotonia. Non preoccuparti e non spaventarti qualsiasi condanna mi diano: io credo sarà dai 14 ai 17 anni, ma potrebbe essere anche più grave, appunto perché contro di me non ci sono prove: cosa non posso aver commesso, senza lasciar prove? Sta' di buon animo. Ti abbraccio.
Nino
15 dicembre 1930
Carissima mamma,
ecco il quinto natale che passo in privazione di libertà e il quarto che passo in carcere. Veramente la condizione di coatto in cui passai il natale del 26 ad Ustica era ancora una specie di paradiso della libertà personale in confronto alla condizione di carcerato. Ma non credere che la mia serenità sia venuta meno. Sono invecchiato di quattro anni, ho molti capelli bianchi, ho perduto i denti, non rido più di gusto come una volta, ma credo di essere diventato più saggio e di avere arricchito la mia esperienza degli uomini e delle cose. Del resto non ho perduto il gusto della vita; tutto mi interessa ancora e sono sicuro che se anche non posso più «zaccurrare sa fae arrostia» [sgranocchiare le fave arrostite], tuttavia non proverei dispiacere a vedere e sentire gli altri a zaccurrare. Dunque non sono diventato vecchio, ti pare? Si diventa vecchi quando si incomincia a temere la morte e quando si prova dispiacere a vedere gli altri fare ciò che noi non possiamo più fare. In questo senso sono sicuro che neanche tu sei diventata vecchia nonostante la tua età. Sono sicuro che sei decisa a vivere a lungo, per poterci rivedere tutti insieme e per poter conoscere tutti i tuoi nipotini: finché si vuol vivere, finché si sente il gusto della vita e si vuole raggiungere ancora qualche scopo, si resiste a tutti gli acciacchi e a tutte le malattie.
[...]
9 febbraio 1931
Carissima Giulia,
penso che la nostra più grande disgrazia è stata quella di essere stati insieme troppo poco, e sempre in condizioni generali anormali, staccate dalla vita reale e concreta di tutti i giorni. Dobbiamo ora, nelle condizioni di forza maggiore in cui ci troviamo, rimediare a queste manchevolezze del passato, in modo da mantenere alla nostra unione tutta la sua saldezza morale e salvare dalla crisi ciò che di bello c'è pure stato nel nostro passato e che vive nei bambini nostri. Ti pare? Io voglio aiutarti, nelle mie condizioni, a superare la tua attuale depressione, ma bisogna anche che tu un po' mi aiuti e mi insegni il modo migliore di aiutarti efficacemente, indirizzando la tua volontà, strappando tutte le ragnatele di false rappresentazioni del passato che possono incepparla, aiutandomi a conoscere sempre meglio i due bambini e a partecipare alla loro vita, alla loro formazione, alla affermazione della loro personalità, in modo che la mia "paternità" diventi più concreta e sia sempre attuale e così diventi una paternità vivente e non solo un fatto del passato sempre più lontano. Aiutandomi così anche a conoscere meglio la Julca di oggi che è Julca + Delio + Giuliano, somma in cui il più non indica solo un fatto quantitativo, ma soprattutto una nuova persona qualitativa. Cara, ti abbraccio stretta stretta e aspetto che mi scriva a lungo.
Antonio
1 giugno 1931
Carissima Giulia, [...]
vorrei raccontare a Delio una novella del mio paese che mi pare interessante. Te la riassumo e tu gliela svolgerai, a lui e a Giuliano.
— Un bambino dorme. C’è un bricco di latte pronto per il suo risveglio. Un topo si beve il latte. Il bambino, non avendo il latte, strilla e la mamma strilla. Il topo disperato si batte la testa contro il muro, ma si accorge che non serve a nulla e corre dalla capra per avere del latte. La capra gli darà il latte se avrà l'erba da mangiare. Il topo va dalla campagna per l'erba e la campagna arida vuole acqua. Il topo va dalla fontana. La fontana è stata rovinata dalla guerra e l'acqua si disperde: vuole il mastro muratore che la riatti. Il topo va dal mastro muratore: vuole le pietre. Il topo va dalla montagna e avviene un sublime dialogo tra il topo e la montagna che è stata disboscata dagli speculatori e mostra dappertutto le sue ossa senza terra. Il topo racconta tutta la storia e promette che il bambino cresciuto ripianterà pini, querce, castagni, ecc. Così la montagna dà le pietre ecc. e il bimbo ha tanto latte che si lava anche col latte. Cresce, pianta gli alberi, tutto muta; spariscono le ossa della montagna sotto nuovo humus, la precipitazione atmosferica ridiventa regolare perché gli alberi trattengono vapori e impediscono ai torrenti di devastare la pianura ecc. Insomma il topo concepisce una vera e propria piatilietca [quinquennale]. È una novella propria di un paese rovinato dal disboscamento. Carissima Giulia, devi proprio raccontare questa novella e poi comunicarmi le impressioni dei bimbi. Ti abbraccio teneramente.
Antonio
7 settembre 1931
Carissima Tatiana,
devi sapere che io sono morto una volta e poi sono resuscitato, ciò che dimostra che ho sempre avuto la pelle dura. Da bambino, a 4 anni, ho avuto delle emorragie per tre giorni di seguito, che mi avevano completamente dissanguato, accompagnate da convulsioni. Il medico mi aveva dato per morto e mia madre ha conservato fino al 914 circa la piccola bara e il vestitino speciale che dovevano servire per seppellirmi; una zia sosteneva che ero resuscitato quando lei mi unse i piedini con l'olio di una lampada dedicata a una madonna e perciò quando mi rifiutavo di compiere gli atti religiosi mi rimproverava aspramente ricordando che alla madonna dovevo la vita, cosa che mi impressionava poco, a dir la verità. Da allora in poi, quantunque non sia mai stato molto forte, non ho però più avuto nessun grave malore, all'infuori degli esaurimenti nervosi e delle dispepsie.
5 ottobre 1931
Carissima Tania,
capisco benissimo che tu non parteciperesti a un pogrom, tuttavia perché un pogrom possa avvenire è necessario che sia molto diffusa l'ideologia dei «due mondi» impenetrabili, delle razze ecc. Questo forma quell'atmosfera imponderabile che i Centoneri sfruttano facendo trovare un bambino dissanguato e accusando gli ebrei di averlo assassinato per il sacrificio rituale. Lo scoppio della guerra mondiale ha dimostrato come le classi e i gruppi dirigenti sappiano sfruttare queste ideologie apparentemente innocue per determinare le ondate di opinione pubblica. La cosa mi pare così sorprendente nel caso tuo, che mi parrebbe di non volerti bene se non cercassi di liberarti completamente da ogni preoccupazione della questione stessa. Cosa vuoi dire con l'espressione «due mondi»? Che si tratta come di due terre che non possono avvicinarsi ed entrare in comunicazione tra loro? Se non vuoi dire questo, e si tratta di una espressione metaforica e relativa, essa ha poco significato, perché metaforicamente i «mondi» sono innumerevoli fino a quello che si esprime nel proverbio contadino: «Moglie e buoi dei paesi tuoi». A quante società appartiene ogni individuo? E ognuno di noi non fa continui sforzi per unificare la propria concezione del mondo, in cui continuano a sussistere frantumi eterogenei di mondi culturali fossilizzati? E non esiste un processo storico generale che tende a unificare continuamente tutto il genere umano? Noi due, scrivendoci, non scopriamo continuamente motivi di attrito e nello stesso tempo non troviamo o riusciamo a metterci d'accordo su certe quistioni? E ogni gruppo o partito, o setta o religione, non tende a creare un proprio «conformismo» (non inteso in senso gregario e passivo)? - Ciò che importa nella nostra quistione è che gli ebrei sono stati liberati dal ghetto solo dal 48 e sono rimasti nel ghetto o in ogni modo segregati dalla società europea per quasi due millenni e non per loro volontà ma per imposizione esterna. Dal 48 in poi il processo di assimilazione nei paesi occidentali è stato così rapido e profondo, da far pensare che solo la segregazione imposta ha impedito la loro completa assimilazione nei vari paesi se fino alla Rivoluzione francese la religione cristiana non fosse stata la «cultura statale» unica che domandava appunto la segregazione degli ebrei religiosamente irriducibili (allora; ora no perché dall'ebraismo passano al deismo puro e semplice o all'ateismo). In ogni caso, è da notare che molti caratteri che passano per essere dovuti alla razza, sono invece dovuti alla vita dei ghetti imposta in forme diverse nei vari paesi, per cui un ebreo inglese non ha quasi nulla di comune con un ebreo di Galizia. Gandhy oggi pare che rappresenti l'ideologia indù; ma gli indù hanno ridotto allo stato di paria i Dravida che prima abitavano l’India, sono stati un popolo bellicoso e solo dopo l'invasione mongola e la conquista inglese, hanno potute esprimere un uomo come Gandhy. Gli ebrei non hanno uno stato territoriale, un'unità di lingua, di cultura, di vita economica da due millenni; come si potrebbe trovare un'aggressività ecc. in loro? Ma anche gli arabi sono semiti, fratelli carnali degli ebrei e hanno avuto il loro periodo di aggressività e di tentativo di impero mondiale. In quanto poi gli ebrei sono banchieri e detentori di capitale finanziario, come si fa a dire che essi non partecipino all'aggressività degli stati imperialisti?
12 ottobre 1931
Carissima Tania,
[...]
La quistione delle razze fuori dell’antropologia e degli studi preistorici non mi interessa ...
Io stesso non ho nessuna razza: mio padre è di origine albanese recente (la famiglia scappò dall’Epiro dopo o durante le guerre del 1821 e si italianizzò rapidamente); mia nonna era una Gonzalez e discendeva da qualche famiglia italo-spagnola dell’Italia meridionale (come ne rimasero tante dopo la cessazione del dominio spagnolo); mia madre è sarda per il padre e per la madre e la Sardegna fu unita al Piemonte solo nel 1847 dopo essere stata un feudo personale e un patrimonio dei principi piemontesi, che la ebbero in cambio della Sicilia che era troppo lontana e meno difendibile. Tuttavia la mia cultura è italiana fondamentalmente e questo è il mio mondo: non mi sono mai accorto di essere dilaniato tra due mondi, sebbene ciò sia stato scritto nel «Giornale d’Italia» del marzo 1920, dove in un articolo di due colonne si spiegava la mia attività politica a Torino, tra l’altro, con l’essere io sardo e non piemontese o siciliano ecc. L'essere oriundo albanese non fu messo in gioco perché anche Crispi era albanese, educato in un collegio albanese e che parlava l'albanese. D'altronde in Italia queste quistioni non sono mai state poste e nessuno in Liguria si spaventa se un marinaio si porta al paese una moglie negra. Non vanno a toccarla col dito insalivato per vedere se il nero va via né credono che le lenzuola rimarranno tinte di nero.
[...]
29 agosto 1932
Carissima Tania,
ecco il mio punto di vista: - Sono giunto a un punto tale che le mie forze di resistenza stanno per crollare completamente, non so con quali conseguenze. In questi giorni mi sento così male come non sono mai stato; da più di otto giorni non dormo più di tre quarti d'ora per notte e intere notti non chiudo occhio. È certissimo che l'insonnia forzata non determina essa alcuni mali specifici, li aggrava però talmente e li accompagna con tali malesseri concomitanti, che il complesso dell'esistenza diventa insopportabile e qualunque via d'uscita, anche la più pericolosa e accidentata diventa preferibile alla continuazione dello stato presente.
3 ottobre 1932
Cara Tatiana,
[...]
Del resto non devi credere che io abbia intenzione di suicidarmi o di abbandonarmi, come un cane morto, al filo della corrente. Mi dirigo da me da molto tempo e mi dirigevo da me già da bambino. Ho incominciato a lavorare da quando avevo 11 anni, guadagnando ben 9 lire al mese (ciò che del resto significava un chilo di pane al giorno) per 10 ore di lavoro al giorno compresa la mattina della domenica e me la passavo a smuovere registri che pesavano più di me e molte notti piangevo di nascosto perché mi doleva tutto il corpo. Ho conosciuto quasi sempre solo l'aspetto più brutale della vita e me la sono sempre cavata, bene o male. Neanche mia madre conosce tutta la mia vita e le traversie che ho passato: a lei ricordo qualche volta quella piccola parte che in prospettiva sembra ora piena di lietezza di spensieratezza. Adesso le addolciscono la vecchiaia perché le fanno dimenticare le traversie ben più gravi e le amarezze ben più profonde che ella ha subito nello stesso tempo. Se ella sapesse che io conosco tutto quello che conosco e che quegli avvenimenti mi hanno lasciato delle cicatrici, le avvelenerei questi anni di vita in cui è bene che dimentichi e che vedendo la vita lieta dei nipotini che ha intorno confonda le prospettive e pensi realmente che le due epoche della sua vita sono la stessa e una.
[...]
2 gennaio 1933
Carissima Tania,
[...]
ti assicuro che non ho aspettato la mezzanotte del 31 dicembre per aver l'impressione di entrare nell'anno nuovo. L'anno vecchio non era precisamente pieno di ricordi piacevoli per me; è stato l'anno più brutto che ho passato in carcere. Né l'anno nuovo si presentava con prospettive allettanti. Se l'anno 32 è stato brutto mi pare che il 33 debba essere peggiore. Sono logorato e nello stesso tempo le gravezze vanno aumentando; il rapporto tra le forze disponibili e lo sforzo da sostenere è ancora peggiorato. Tuttavia non sono demoralizzato, anzi la mia volontà trae alimento proprio dal realismo con cui analizzo gli elementi della mia esistenza e resistenza.
25 gennaio 1936
Cara Julca,
[...]
Da dieci anni sono tagliato dal mondo (che impressione terribile ho provato in treno, dopo sei anni che non vedevo che gli stessi tetti, le stesse muraglie, le stesse facce torve, nel vedere che durante questo tempo il vasto mondo aveva continuato ad esistere coi suoi prati, i suoi boschi, la gente comune, le frotte di ragazzi, certi alberi, certi orti, ma specialmente che impressione ho avuto nel vedermi allo specchio dopo tanto tempo: sono ritornato subito vicino ai carabinieri). Non pensare che voglia commuoverti: voglio dire che dopo tanto tempo, dopo tanti avvenimenti, che in gran parte mi sono sfuggiti forse nello loro significato più reale, dopo tanti anni di vita compressa, meschina, fasciata di buio e di miserie grette, poter parlare con te da amico ad amico, mi sarebbe molto utile.
[...]
Dicembre 1936
Cara Julca,
[...]
Sono molto contento dei figli e delle loro due ultime lettere. Julik è laconico, epigrafico. Non un aggettivo né un riempitivo: stile quasi telegrafico. Delio è molto diverso. E tu, cara, come sei? Non riesco più a immaginarti bene, sebbene pensi sempre al passato. Mandami delle fotografie; sono poca cosa, ma aiutano. Quando ero a Ustica confinato, un beduino mi si era affezionato molto: era confinato anche lui; veniva a trovarmi, si sedeva, prendeva il caffè, mi raccontava novelle del deserto e poi stava zitto per delle ore a guardarmi leggere o scrivere; invidiava le fotografie che io avevo e diceva che sua moglie era così stupida che mai avrebbe pensato a mandargli la fotografia del figlio (non sapeva neanche che i mussulmani non possono ritrarre la sembianza umana e non era stupido). Tu non diventerai mica «la moglie del beduino»?
Cara, ti abbraccio con grande tenerezza.
Antonio